Idrovore di Ostia Antica

Appuntamento: Via Fosso del Dragoncello, 168.

Una visita di sicuro interesse per la comprensione delle dinamiche e delle trasformazioni che ha subito questo territorio negli ultimi 150 anni di storia.

Grazie a questo impianto sono rese abitabili vaste aree del Litorale Romano. Infatti le idrovore realizzate ai primi del 900 permettono alle acque dei canali che sono sotto il livello del mare di raggiungere il mare. Potenti pompe sollevano l’acqua e la portano ad un livello di poco al di sopra di quello del mare per consentirne il deflusso e quindi contribuire insieme al reticolo dei canali a liberare questi territori dall’acqua. Alla fine del 1800 il litorale romano era caratterizzato da stagni ed acquitrini e dunque non era possibile lo sfruttamento agricolo o edilizio, ed era compromessa la salute dei suoi abitanti afflitti da secolari problemi legati alla malaria.

Gran parte dell’agro romano era immerso in una palude: migliaia di ettari invasi da acque stagnanti, abitati da pochi disperati.  La foce del Tevere si apriva in un delta palustre e deserto. Solo con l’unità d’Italia e la conquista di Roma nel 1870, la bonifica dell’agro romano raggiunse le aule parlamentari. Lo Stato italiano cominciò ad affrontare il problema nel 1878, quando venne approvata la legge per il miglioramento igienico di Roma e la bonifica delle aree di Ostia e Maccarese. Poi nel 1884,  sotto la spinta del deputato socialista Andrea Costa, quell’impegno diventò un lavoro.

Il 4 novembre 1884 partirono in 500 da Ravenna, su un treno speciale, salutati alla stazione da una città intera, col sindaco, l’intera giunta e la banda. Erano divisi in 50 squadre da dieci uomini, gli «scariolanti»: ogni squadra era affiancata da una donna, alfabetizzata, che doveva cucinare e occuparsi del gruppo e scrivere le lettere a casa. Ma il loro arrivo nel Lazio non sarà altrettanto glorioso. Il treno arrivò direttamente a Fiumicino.

Il loro primo contatto con la palude lo ebbero attraversando il Tevere sul traghetto «La Scafa» guidato da un vecchio che li mise in guardia: «Sull’altra riva c’è l’inferno». Lo ribattezzarono Caronte. E poi il custode del borgo, unico abitante del luogo, che giallo e febbricitante, spiegò loro: «Qui non vive nemmeno il diavolo». Racconta un opuscolo del 1951 della Lega provinciale delle cooperative che molti si spaventarono, ma vennero fermati da Baldini e dal suo vice Armando Armuzzi che li esortò in dialetto: «Pensavate di andare all’Osteria della Betta? Siete partiti da eroi e volete tornare da vigliacchi?». Tanto bastò a farli rimanere. E il lavoro cominciò, con la costruzione del «Grande Canale dello Stagno» che oggi conosciamo come Canale dei Pescatori.

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